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quinta-feira, 31 de março de 2011

Jovanotti - Serenata Rap [LORENZO 1994]


Se ti incontro per strada non riesco a parlarti

Mi si bloccano le parole non riesco a guardarti negli occhi

Mi sembra di impazzire
Se potessi amplificare il battito del mio cuore sentiresti un batterista di una band in metallo pesante
Ed è per questo che son qui davanti
Perchè mi viene molto più facile cantarti una canzone
Magari che la sentano i muri e le persone
Piuttosto che telefonarti o dirti tutto faccia a faccia rischiando di fare una figuraccia
Sono timido ma l'amore mi dà  il coraggio per dirti che da quando io t'ho visto è sempre Maggio
E a Maggio il mondo è bello e invitante di colori
Ma ancora sugli alberi ci sono solo fiori
Che prima o poi si dice diverranno pure frutti
E allora tu che fai? Golosamente aspetti!
Aspetti che quel desiderio venga condiviso
Io sono qui davanti che ti chiedo un sorriso
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati al balcone rispondimi al citofono
Sono venuto qui col giradischi e col microfono
Insieme al mio complesso per cantarti un sentimento
E se tu mi vorrai baciare sarò contento
E questa serenata è la mia sfida col destino
Vorrei che per la vita noi due fossimo vicino
Una serenata rap per dirti che di te mi piace come mi guardi mi piace come sei con me
Mi piace quel tuo naso che si intona con il mondo
Mi piace il tuo sedere così rotondo da rendere satellite ogni essere vivente
Mi piaci perchè sei intelligente
Si vede dalle tue mani
Come le muovi
Mi provochi pensieri e sentimenti sempre nuovi
Nei tuoi fianchi ci son le Alpi nei tuoi seni Dolomiti
Mi piace quel tuo gusto nello scegliere i vestiti
Quel tuo essere al di sopra delle mode del momento
Sei un fiore che è cresciuto sull'asfalto e sul cemento
(Serenata metropolitana serenata rap serenata rap)
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Serenata rap serenata metropolitana
Mettiti con me non sarò un figlio di puttana
Non ci credere alle cose che ti dicono di me
Sono tutti un po' invidiosi chissà  perchè
Io non ti prometto storie di passioni da copione di cinema romanzi che ne so di una canzone
Io ti offro verità  corpo anima e cervello
Amore solamente amore solo solo quello
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Amor che a nullo amato amar perdona porco cane
Lo scriverò sui muri e sulle metropolitane di questa città 
Milioni di abitanti che giorno dopo giorno ignorandosi vanno avanti
E poi chissà  perchè perchè chissà  percome
Nessuno sa perchè perchè chissà  percome
Due sguardi in un momento sovrappongono un destino
Palazzi asfalto e smog si trasformano in giardino
Persone consacrate dallo scambio di un anello
Ed un monolocale che diventerà  un castello
Affacciati alla finestra amore mio yeah!
Nei tuoi fianchi ci son le Alpi nei tuoi seni Dolomiti
Mi piace quel tuo gusto nello scegliere i vestiti
Questo essere al di sopra delle mode del momento
Sei un fiore che è cresciuto sull'asfalto e sul cemento
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mio
Affacciati alla finestra amore mioPer te da questa sera ci sono io
Affacciati alla finestra amore mioPer te da questa sera ci sono io

Le Tasche Piene Di Sassi - Lorenzo Jovanotti Cherubini - Video Ufficiale


Volano le libellule,

sopra gli stagni e le pozzanghere in città,
sembra che se ne freghino,
della ricchezza che ora viene e dopo va,
prendimi non mi concedere,
nessuna replica alle tue fatalità,
eccomi son tutto un fremito ehi.



Passano alcune musiche,
ma quando passano la terra tremerà,
sembrano esplosioni inutili,
ma in certi cuori qualche cosa resterà,
non si sa come si creano,
costellazioni di galassie e di energia,
giocano a dadi gli uomini,
resta sul tavolo un avanzo di magia.



Sono solo stasera senza di te,
mi hai lasciato da solo davanti al cielo
e non so leggere
vienimi a prendere
mi riconosci ho le tasche piene di sassi.



Sono solo stasera senza di te,
mi hai lasciato da solo davanti a scuola,
mi vien da piangere,
arriva subito,
mi riconosci ho le scarpe piene di passi,
la faccia piena di schiaffi,
il cuore pieno di battiti
e gli occhi pieni di te.



Sbocciano i fiori sbocciano,
e danno tutto quel che hanno in libertà,
donano non si interessano,
di ricompense e tutto quello che verrà,
mormora la gente mormora
falla tacere praticando l'allegria,
giocano a dadi gli uomini,
resta sul tavolo un avanzo di magia.



Sono solo stasera senza di te,
mi hai lasciato da solo davanti al cielo
e non so leggere
vienimi a prendere
mi riconosci ho un mantello pieno di stracci.



Sono solo stasera senza di te,
mi hai lasciato da solo davanti a scuola,
mi vien da piangere,
arriva subito,
mi riconosci ho le scarpe piene di passi,
la faccia piena di schiaffi,
il cuore pieno di battiti
e gli occhi pieni di te.



Sono solo stasera senza di te,
mi hai lasciato da solo davanti al cielo
vienimi a prendere
mi vien da piangere,
arriva subito,
mi riconosci ho le scarpe piene di sassi,
la faccia piena di schiaffi,
il cuore pieno di battiti
e gli occhi pieni di te.

David di Michelangelo - Firenze

Cartina dell'Italia

Casa di Carlo Goldoni

Sardegna

Sardegna

Sardegna

Sardegna

Sardegna

Sardegna






Milano

Coliseu di Roma

Roma. Fontana de Trevi.

Francesco Totti a Che tempo che fa - Quando i bambini fanno ahò

Roberto Vecchioni canta la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2011

CAZONE PER TE IN SAN REMO FESTIVAL - ITALY 1968- ROBERTO CARLOS -

Sanremo 2011: Le canzoni in finale — 61° Festival della Canzone italiana — Rai Uno

Daniele Luttazzi - Satyricon - Intervista Dario Fo

DARIO FO a Vieni via con me di Fabio FAZIO e Roberto SAVIANO

Beppe Grillo


terça-feira, 29 de março de 2011

Alex Schwazer 1h18:24 a Lugano

LUGANO, LOCARNO: IL CANTON TICINO

1979 LUCIANO SALCE INTERVISTA PAOLA BORBONI SUL FAMOSO LITIGIO COL REGISTA LUCHINO

Il Gattopardo, 1963, by Luchino Visconti

Italo Calvino - Il sentiero dei nidi di ragno

L'appuntamento - Andrea Bocelli (Versão de "Sentado a beira do caminho" - Roberto e Erasmo)



 L'appuntamento

Ho sbagliato tante volte ormai
che lo do già
Che oggi quasi certamente
sto sbagliando su di te
Ma una volta in più
Che cosa può campiare nella vita mia
Accettare questo strano appuntamento
E stata una pazzia

Amore fai presto
io non resisto
Se tu non arrive
non esisto
non esisto, non esisto

Sono triste tra la gente
che mi sta passando accanto
Ma la nostalgia di rivedere te
è forte più del pianto
Questo sole accende sul mio volto
Un segno di speranza
Sto aspettando quando a un tratto
Ti vedrò spuntare in lontananza

Preciso acabar logo com isso
Preciso lembrar que eu existo
Que eu existo
Que eu existo

Luci machine, vetrine, strade,
tutto quanto si confonde nella mente
La mia ombra si è stancata di seguirmi
Il giorno muore lentamente
Non mi resta che tornare a casa mia
Alla mia triste vita
Questa vita che volevo dare a te
L'hai sbriciolata tra le dita

Na na na na na na na .


Italo Calvino: Se un giorno d'estate un narratore

Mi chiamo Italo Calvino

segunda-feira, 28 de março de 2011

Giovanni Verga- Libertà

da "Novelle rusticane " (1883)

Libertà


  Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: - Viva la libertà! -
  Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino deigalantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
  - A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! -
  E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! -
  Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure! - Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e rimpieva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.
  Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: - Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! -
  Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!
  La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.
  E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
  Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.
  E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. - Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io -. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.
  Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
  Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
  Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più -. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.
  Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...
  Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!... -

A te - Lorenzo Jovanotti Cherubini

Fango - Lorenzo Jovanotti Cherubini

Lorenzo Jovanotti- Tutto L'Amore Che Ho

Le meraviglie in questa parte di universo,
sembrano nate per incorniciarti il volto
e se per caso dentro al caos ti avessi perso,
avrei avvertito un forte senso di irrisolto.

Un grande vuoto che mi avrebbe spinto oltre,
fino al confine estremo delle mie speranze,
ti avrei cercato come un cavaliere pazzo,
avrei lottato contro il male e le sue istanze.

I labirinti avrei percorso senza un filo,
nutrendomi di ciò che il suolo avrebbe offerto
e a ogni confine nuovo io avrei chiesto asilo,
avrei rischiato la mia vita in mare aperto.

Considerando che l'amore non ha prezzo
sono disposto a tutto per averne un po',
considerando che l'amore non ha prezzo
lo pagherò offrendo tutto l'amore,
tutto l'amore che ho.

Un prigioniero dentro al carcere infinito,
mi sentirei se tu non fossi nel mio cuore,
starei nascosto come molti dietro ad un dito
a darla vinta ai venditori di dolore.

E ho visto cose riservate ai sognatori,
ed ho bevuto il succo amaro del disprezzo,
ed ho commesso tutti gli atti miei più puri.

Considerando che l'amore non ha prezzo...
Considerando che l'amore non ha prezzo,
sono disposto a tutto per averne un po',
considerando che l'amore non ha prezzo
lo pagherò offrendo tutto l'amore,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho.

Senza di te sarebbe stato tutto vano,
come una spada che trafigge un corpo morto,
senza l'amore sarei solo un ciarlatano,
come una barca che non esce mai dal porto.

Considerando che l'amore non ha prezzo,
sono disposto a tutto per averne un po',
considerando che l'amore non ha prezzo
lo pagherò offrendo tutto l'amore,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho.

Aggettivo indefinito


Gli aggettivi indefiniti sono vari nei significati; essi possono indicare le seguenti cose:
  • un'unità indefinita;
  • una pluralità indefinita;
  • un'unità indefinita (al singolare);
  • una pluralità indefinita (al plurale);
  • una quantità indefinita.

Pronome dimostrativo

Il pronome dimostrativo indica una persona oppure un oggetto in riferimento al tempo, allo spazio o al discorso, similmente all'aggettivo dimostrativo.

I principali pronomi dimostrativi sono:
  • Questo, vicino a chi parla
  • Codesto, lontano da chi parla e vicino a chi ascolta
  • Quello, lontano da chi parla e da chi ascolta

Pronome possessivo

I pronomi possessivi servono a precisare a chi appartengono la persona, l'animale o la cosa indicati dal nome che sostituiscono. Si presentano con le stesse forme degli aggettivi a cui corrispondono. Nell'uso pronominale, il pronome possessivo è sempre preceduto dall'articolo determinativo o da una preposizione articolata.
Oltre ai sei principali esistono altri due pronomi possessivi di terza persona, proprio ed altrui:
  • proprio si usa solamente quando colui che possiede qualcosa è il soggetto della frase
  • altrui è invariabile, sta a significare "di altri" (in realtà è poco usato come pronome).
Sotto forma di pronomi, i possessivi vengono sempre usati con l'articolo.

Pronome personale

I pronomi personali in italiano sono i seguenti:
  • io e noi indicano la persona che parla o il gruppo di persone al quale appartiene chi parla (prima persona);
  • tu e voi indicano la persona o le persone a cui ci si rivolge (seconda persona);
  • lui e loro indicano la persona o le persone di cui si parla (terza persona).

Vasco Rossi - Albachiara

Respiri piano per non far rumore
ti addormenti di sera
ti risvegli con il sole
sei chiara come un'alba
sei fresca come l'aria.
diventi rossa se qualcuno ti guarda
e sei fantastica quando sei assorta
nei tuoi problemi
nei tuoi pensieri.
ti vesti svogliatamente
non metti mai niente
che possa attirare attenzione
un particolare
solo per farti guardare.
e con la faccia pulita
cammini per strada mangiando una
mela coi libri di scuola
ti piace studiare
non te ne devi vergognare
E quando guardi con quegli occhi grandi
forse un po' troppo sinceri, sinceri
si vede quello che pensi,
quello che sogni....
Qualche volta fai pensieri strani
con una mano, una mano, ti sfiori,
tu sola dentro la stanza
e tutto il mondo fuori.

Vasco Rossi - Eh...già

eh già
sembrava la fine del mondo
ma sono ancora qua
ci vuole abilità
eh, già
il freddo quando arriva poi va via
il tempo di inventarsi un'altra diavoleria

eh, già
sembrava la fine del mondo
ma sono qua
e non c'è niente che non va
non c'è niente da cambiare

col cuore che batte più forte
la vita che va e non va
al diavolo non si vende
si regala

con l'anima che si pente
metà e metà
con l'aria, col sole
con la rabbia nel cuore
con l'odio, l'amore
in quattro parole
io sono ancora qua

eh, già
eh, già
io sono ancora qua

eh, già
ormai io sono vaccinato, sai
ci vuole fantasia
e allora che si fa?
eh, già
riprenditi la vita che vuoi tu
io resto sempre in bilico
più o meno, su per giù

più giù, più su
più giù, più su

più su, più giù
più su, più giù
più su, più giù
più su

col cuore che batte più forte
la vita che va e non va
con quello che non si prende
con quello che non si dà

poi l'anima che si arrende
alla malinconia
poi piango, poi rido
poi non mi decido
cosa succederà?

col cuore che batte più forte
la notte ha da passà
al diavolo non si vende
io sono ancora qua

eh, già
eh, già
io sono ancora qua
eh, già
eh, già
io sono ancora qua
io sono ancora qua
eh, già
eh, già

Verbo Essere - Verbo Ser


Gli articoli - Os artigos definidos

Laura Pausini - La Solitudine

Marco se n'è andato e non ritorna più 
Il treno delle 7:30 senza lui 
È un cuore di metallo senza l'anima 
Nel freddo del mattino grigio di città 

A scuola il banco è vuoto e Marco è dentro me 
È dolce il suo respiro fra i pensieri miei 
Distanze enormi sembrano dividerci 
Ma il cuore batte forte dentro me e

Chissà se tu mi penserai 
Se con i tuoi non parli mai 
Se ti nascondi come me 
Sfuggi gli sguardi e te ne stai 

Rinchiuso in camera e non vuoi mangiare 
Stringi forte a te il cuscino e 
Piangi non lo sai 
Quanto altro male ti farà la solitudine 

Marco nel mio diario ho una fotografia 
Hai gli occhi di bambino un poco timido 
La stringo forte al cuore e sento che ci sei 
Fra i compiti d'inglese e matematica 

Tuo padre e suoi consigli che monotonia 
Lui con i suoi lavoro ti ha portato via 
Di certo il tuo parere non l'ha chiesto mai 
Ha detto un giorno tu mi capirai 

Chissà se tu mi penserai 
Se con gli amici parlerai 
Per non soffrire più per me 
Ma non è facile lo sai 

A scuola non ne posso più 
dei pomeriggi senza te 
Studiare è inutile tutte le idee 
Si affolano su te 

Non è possibile dividere 
La vita di noi due 
Ti prego aspettami amore mio 
Ma illuderti non so 

La solitudine fra noi 
Questo silenzio dentro me 
È l'inquetudine di vivere 
La vita senza te 

Ti prego aspettami perché 
Non posso stare senza te 
Non è possibile dividere 
La storia di noi due......
la solitudine...............
tra noi.

ROMA la città eterna

Fontana di Trevi

I Simpósio Italo Calvino: O jardim dos caminhos que se cruzam


Intervista a Umberto Eco